Uno dei significati della psicoterapia!

Vorrei raccontare la mia esperienza con la d.ssa Strippoli attraverso una favola trovata sul web, di cui purtroppo non sono in grado di riportare la fonte.

 



C'era una volta un bambino che tutti gli anni andava in vacanza dai nonni coi suoi genitori. Tutti e tre prendevano il treno per raggiungere la destinazione.

 


All'età di 15 anni quel bambino ormai ragazzo, chiese ai genitori di poter andare da solo a trovare i nonni.
I genitori acconsentirono e lo accompagnarono in stazione a prendere il treno.

 


All'arrivo del treno, il padre diede un foglietto al ragazzo dicendogli che in qualsiasi momento avesse avuto bisogno di aiuto, ne avrebbe dovuto leggere il contenuto.
Il viaggio iniziò. Il ragazzo era felice di fare quell'esperienza, ma man mano che scorreva il tempo, cominciava a salirgli una sensazione di malessere. Erano paura e ansia. Era la prima volta che si staccava dai genitori, temeva gli succedesse qualcosa di brutto, inoltre sul vagone i passeggeri non erano affatto affettuosi con lui.

 

Quando il malessere diventò angoscia, il ragazzo si mise a piangere disperato, non sapendo più come gestire le emozioni che provava. Poi si ricordò del biglietto del padre e tirò fuori dal taschino il biglietto.

 


Lesse: figliolo, sono nell'ultima carrozza.

 



Per me è questo il senso della psicoterapia. Sapere che in qualsiasi momento ne abbiamo bisogno, possiamo chiedere e ricevere aiuto.

 


Sono stata fortunata che la d.ssa Strippoli fosse nell'ultima carrozza del mio treno.
Infinitamente grata.

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1-3-2021
Facevo visite sperando mi trovassero qualcosa da poter curare con delle medicine

Circa un anno fa, ho deciso di affidarmi alla dottoressa Valentina Strippoli.
Le avevo provate tutte; visite mediche, dottori, pronto soccorso: per tutti stavo bene e non avevo niente, ma io mi sentivo male.
Facevo visite sperando mi trovassero qualcosa da poter curare con delle medicine per porre fine al mio malessere; ed ogni volta tornavo a casa delusa perché il mio fisico stava bene e non riuscivo così a curarmi come pensavo.
Fino a quando ho detto "basta, voglio risolvere questo problema" e ho deciso di iniziare la psicoterapia.
La mia vita si era fermata tutta d'un colpo. Non mi riconoscevo più, non riuscivo a fare una passeggiata, a fare la spesa, a stare sola in casa che la mia testa cominciava a girare, vertigini fortissime, tachicardia e tutto ciò mi destabilizzava.
Non riuscivo a capire il perché di tutto questo e soprattutto mi chiedevo: perché a me? Cosa ho di strano? Vedevo gli altri stare bene, mi sembravano così felici. Io invece mi sentivo diversa e perennemente in ansia per tutto e con un malessere fisico che non mi permetteva di alzarmi dal divano.
Lungo il mio percorso con Valentina ho scoperto me stessa. Piano piano tutte quelle spiacevoli manifestazioni sono sparite. Ho capito tante cose e soprattutto ciò che pensavo fosse "sbagliato" di me, in realtà si è rivelato non un difetto ma un pregio.
Valentina mi ha aiutato a vedere le cose sotto altre prospettive che non avevo mai considerato e mi ha aperto la mente, liberandomi dagli schemi che la società e la famiglia mi avevano fatto credere.
E' stato un percorso lungo e difficile, ma ne è valsa la pena.
Non c'è cosa più bella di conoscere se stessi e capirsi, sentirsi normali e accettarsi soprattutto nei momenti difficili.
Grazie agli strumenti che Valentina mi ha fatto scoprire mi sento una persona nuova e le domande che mi facevo prima ora non ci sono più.

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9-2-2021
Articolo pubblicato sul Carlino di Pesaro il 5 gennaio 2021

Mi ha colpita molto la storia di Daniele, spero non si adiri per averlo citato.

 

Ho deciso di scrivere un breve articolo sul fenomeno del negazionismo, o meglio sul meccanismo di difesa chiamato NEGAZIONE, prendendo spunto dagli articoli pubblicati sul Carlino il 4 e il 5 gennaio 2021: “Negazionista ricoverato: <<Non volevo capire>> Ha polmonite bilaterale e gli serve ossigeno.” ,“«Sul virus sono stato davvero un paranoide» Ora il negazionista pentito è conteso dalle tv”

 

 

L’intento di questo scritto è in primis augurare una pronta guarigione a questo signore: trovo che sia la prima vittima dell’abuso di questo meccanismo di difesa, ed in effetti come, sembra ammettere anche lui, capisce quanto caro sia il prezzo di questo uso smodato di un atteggiamento difensivo.

 

 

La seconda motivazione che mi spinge a scrivere è un profondo ringraziamento sempre al Signor Daniele per averne parlato e per aver condiviso la sua esperienza: come per ogni inghippo della mente, parlarne può aiutare altri ad aumentare la consapevolezza su di sé! Perciò veramente GRAZIE di essersi così tanto esposto!

 

 

La terza è provare ad infondere la speranza che con un duro lavoro di consapevolezza si possa smettere di abusare della negazione; il concetto che vorrei che passasse è lo stesso relativo all’alcool o alla tecnologia: non è l’acool ad essere patologico, così come non è la negazione ad essere il problema, il disagio nasce dall’abuso di alcool, dall’uso improprio delle tecnologie e dalla necessità del tutto sproporzionata di negare anche quando saremmo perfettamente in grado di reggere la frustrazione che la realtà ci induce.

 

 

Mi spiego meglio!

 

 

Il nostro corpo tende all’omeostasi, ovvero non ama i cambiamenti perciò si attiva a mantenere l’equilibrio per evitarci esperienze di dolore, di qualsiasi natura sia.

 

 

Uno dei modi in cui si attiva il nostro cervello è La negazione, che interverrà come una sentinella che ci mette in allarme: !!!PERICOLO PERICOLO, SE NON LO VEDI O LO SENTI NON ESISTE!!!! Se nego la sua esistenza non avrò più paura!!!!!

 

 

 

A volte la negazione è un atteggiamento maggiormente conveniente per noi, un esempio di questo sono le emergenze. Chi si trova di fronte a scene funeste e ha il compito di portare soccorso, almeno nelle prime fasi non fa altro che usare la negazione per predisporsi ad affrontare qualcosa di drammatico: negandone la minaccia incombente riesce a razionalizzare e salvare se stesso ed altri.

 

 

Questa fantastica sentinella agisce tuttavia non potendo dirimere le informazione,  quindi anche di fronte ai dolori causati dalle evoluzioni della vita umana (per es mi impegno in una relazione ma nego il dispiacere dovuto al fatto che avrò dei limiti alla mia libertà individuale) sia di fronte a dolori imprescindibili perché di fronte a loro siamo semplicemente impotenti (questo è il caso dell’attuale  pandemia: ci sono dentro ma nego la sua natura sconosciuta, mutevole, generatrice di impotenza sotto diversi fronti, nego che mi fa sentire piccola ed inadeguata).

 

 

È compito dell’IO adulto capire se si tratta di un dolore propedeutico che quindi ci converrebbe provare per evolverci , o un dolore di altra natura, la cui negazione è invece funzionale.

 

 

 

 

La negazione è un meccanismo di difesa utile ed efficace, indispensabile per i bambini, ma può diventare un vero e proprio inghippo, una trappola in cui la nostra mente ci imbriglia se la usiamo indistintamente per tutti i dolori che la vita ci sottopone.

 

 

Infatti la negazione è appunto una tutela infantile, che unita al pensiero magico (la creazione di legami tra situazioni o cose del tutto arbitrari ed affidati alla fantasia o alla simpatia esulando dalla logica)aiuta i bambini ad integrare esperienze sconosciute e dolorose: insieme agli adulti, i bambini imparano il pensiero logico razionale, supportati dalle strutture emotive degli adulti capiscono di poter reggere la frustrazione un po' per volta e ad ogni frustrazione superata, abbandonano pian piano la necessità di negare il dolore perché integrano una visione del loro io che sarà capace di reggere la botta.

 

 

Così da adulti la negazione rimane presente, ma addomesticata alle necessità dell’io adulto che può decidere sia conveniente negare per aumentare le sue capacità di coping o reazione alle avversità.

 

 

Quale aumento delle capacità di coping ci sono a negare la frustrazione di un virus che ci ha gettato tutti con le spalle al muro? L’esperienza del signor Daniele ci dice ..nessuna! non è diventato più lucido, non ha potuto salvare se stesso o altri, anzi la negazione ha nutrito il pensiero magico creando una connessione personale tra una situazione di emergenza mondiale e il potere di chi è tenuto a tirare le fila dei paesi.

 

 

La prima vittima di questo è chi abusa delle due sentinelle Negazione e pensiero magico: infatti con questo non capire quale dolore posso reggere e quale mi conviene negare, si ritarda costantemente il momento in cui impariamo a vederci e sentirci adeguati, continuiamo a sottostimare le nostre potenzialità a sopportare questi dolori, con la conseguenza che la negazione sarà la nostra unica arma anche d adulti, perché non avremo strutture emotive temperate e fortificate dalla frustrazione!

 

 

Questo articolo vuole essere un messaggio di speranza: dall’abuso di negazione e pensiero magico si può disintossicarsi!

 

 

Ognuno di noi, seguito da professionisti dei meccanismi di difesa e del loro abuso,  può prendere contatto con le parti più profonde di se stesso, aprire un dialogo e cercare di diventare quella figura di riferimento che forse non ha avuto nell’infanzia: ovvero un adulto che guarda con fiducia alla parte bambina di noi, che gli/le dice:

 

 

“so che puoi farcela, so che ti senti impotente, so che hai paura, ed hai ragione  a sentirti così, è assolutamente adeguato che tu ti senta così in una situazione dove il mondo è allarmato, ma so anche che queste emozioni puoi contenerle dentro di te senza negarle per renderle più docili.

 

 

Fa male sentirsi inermi lo so, ma negare la paura è un’operazione fallita in partenza che ti spingerà a negare l’oggetto che ti ha indotto lo spavento, allora si che, respingendo l’esistenza di una virus che ti infonde la paura, avrai davvero provocato a te stesso una situazione drammatica.

 

 

Oggi hai scelta, puoi scegliere di soffrire restando nella paura, ammettendo che non c’è  niente di sbagliato nel sentirsi piccoli ed insicuri…sono certa che queste sensazioni  si trasformeranno in coraggio.”

 

 

Forza Daniele! Il mio augurio, accompagnato alla pronta guarigione fisica, è che il tuo IO adulto dopo questa opera di fortificazione che questa esperienza drammatica sta agendo,  possa sentirsi più capace di reggere tutte quelle volte in cui la realtà purtroppo ti farà sentire inerme ed insicuro!

 

 

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7-1-2021
NataleCovid: stop ai cenoni, tristezza o occasione?

Dalla data dell'ultimo DPCM di inizio dicembre, vedo la frenesia di tutti intorno cercando di salvaguardare la tradizione natalizia di riunirsi intorno ad un tavolo per festeggiare il natale.

 

Possiamo spostarci? Possiamo ricongiungerci ai nostri cari? 

Gli italiani che non rinunciano alla tradizione?

 

non sono sicura sia davvero solo questo! così come non sono sicura sia solo una tristezza festeggiare con noi stessi o con la famiglia con cui si abita di consueto senza allagarsi ad altri parenti.

 

nella mia pratica clinica il natale comincia molto presto, gran parte delle sedute già da inizio dicembre hanno come tema l'obbligatorietà, sentita da molti, di condividere questo momento altrimenti si lascierebbe da soli qualcuno o altri si offenderebbero... per molti versi questo covid potrebbe andare incontro ai tanti coraggiosi che ogni anno trovano il modo di scegliere le persone con cui condividere le feste, tollerando la solitudine di altre persone care.

 

in psicoterapia chiedo spesso " ma se non hai voglia di andare da tua madre a natale, perchè non glielo dici e non vai?"

domanda affatto banale e molto complicata a cui si risponde "perchè è mia madre", "perchè è natale", "perchè mi dispiace che rimane sola" ecc

 

allora queste risposte ci danno ogni anno l'occasione di capire a cosa servono i ricongiungimenti ed i cenoni festivi per alcune persone: salvaguardare l'illusione che in famiglia vada tuto bene, ci si vuole bene e siamo amati! 

 

 

ILLUSIONE! appunto!

 

la figura chiave di questo articolo è una donna che si specchia, in quanto l'assenza di altri ci permette di vedere in noi stessi quanto siamo legati ai nostri meccanismi di difesa che a natale indossano le lucine dell'albero e brillano tutti pur di farci sentire amati... quindi incrementiamo il nostro mood di compiacenza o, il nostro mood di sottomissione alle regole imposte, perchè così la nostra parte vulnerabile si può sentire senza sensi di colpa.

 

 

ma è davvero così? davvero un cenone basta a farci sentire amati? e che prezzo si paga ad andare in un posto solo perchè quella persona è biologicamente mia madre, o perchè sul calendario c'è scritto 25 dicembre senza averne il piacere di condividere il tempo cone lei?

 

 

a questo punto di solito mi viene controbattuto "ma alla fine a me fa piacere stare con lei" ed io di solito rispondo, appunto alla fine, ma le situazioni hanno anche un inizio e un continuo in cui tu decidi di rinuciare a star bene accontendandoti di sentiri a posto solo alla fine!

 

il covid che straordinaria opportunità ci offre? quella di stare seduti con noi stessi il giorno di natale o con le persone con cui stabilmente condividiamo il piacere del tempo insieme.

 

 

mi direte "ma è triste lo scambio dei regali da sola", beh non posso darvi torto, eppure mi viene da pensare a quanto effettivamente sia allegro e pieno di vita lo scambio fatto per la tradizione, un dover pensare a cosa regalare perchè è natale e c'è lo scambio dei doni sotto l'albero!?

 

 

mi direte "ma io sono sola tutto l'anno almeno a natale vorrei stare in compagnia?" certo è assolutamente vero, tuttavia mi chiedo quanta solitudine si respira in qualcosa fatto per riempire un vuoto piuttosto che per il valore in sè

 

 

credo che questo natale ci darà modo di riflettere sui nostri valori veri: parenti contenti della tua partecipazione per la tradizione e quindi delusi e offesi dalla tua assenza sentita.... cosa conta davvero per te? quanto conta il tuo essere vicino ai tuoi sentimenti ?

 

Allora cosa fare? specchiati nella bellezza che c'è dentro di te, nella tua adeguatezza quando assumi atteggiamenti protettivi verso i tuoi diritti e chiediti....

 

 " se non avessi paura di sentirti in colpa, se avessi intorno a te tutti parenti felici per ogni tua scelta, anche se non sono loro la tua scelta, cosa faresti veramente?"

 

 

 

quest'anno ti aiuta il covid... l'anno prossimo mi auguro una tua scelta attiva!

 

 

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14-12-2020
"Io sono l'abisso" Donato Carrisi.... Vittima, persecutore e salvatore

Carrisi non smentisce le aspettative del lettore suo appassionato fan: questa storia racconta i meandri abissali dell’animo umano nelle sue sfaccettature più patologiche; i protagonisti del romanzo Sono tutti vittime, carnefici e salvatori , offrendo l’occasione per parlare di una teoria molto interessante.

 

 

Secondo Stephen Karpman, analista transazionale americano, in molte interazioni le persone rispettano una sorta di schema, in cui recitano la propria parte come se seguissero un copione. Questo schema è rappresentato da un triangolo, in cui a ogni vertice corrisponde un ruolo. I tre ruoli sono: persecutore, salvatore, vittima.

 

 

Queste dimensioni coesistono in ognuno di noi, I ruoli non sono fissi, ma intercambiabili. È possibile passare da un ruolo all’altro e giocarne più di uno contemporaneamente. L’intensità del dramma varia in base al numero di cambiamenti di ruolo e al lasso di tempo in cui avvengono.

 

 

I personaggi di Carrisi sono oggettivamente vittime di abusi e violenza nel peggiore dei casi, stereotipi e pregiudizi nel migliore, ma tutti nella loro evoluzione riescono anche a trovare dentro di sé la parte di carnefice e la parte di salvatore.

 

 

Ne “io sono l’abisso” le persone che maggiormente alloggiano nel ruolo di vittima sembrerebbero essere le donne della storia, ma con un colpo di coda finale ci racconta quanto anche in loro ci siano gli altri aspetti.

 

 

I  miei complimenti per aver scelto un tema attuale e drammatico come la violenza di genere associata ai suoi pregiudizi, non a caso a mio parere il suo libro è uscito a cavallo del 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

 

 

Affronta in modo molto profondo il tema dell’Umiliazione . “Si rese improvvisamente conto che nessun maschio avrebbe mai potuto provare quel genere di sofferenza che ti fa sentire inferiore oltre che vulnerabile . Non era solo il frutto di uno scontro impari . Era l’improvvisa consapevolezza , quasi un’illuminazione , che dietro la brutalità si celasse un insopportabile senso di superiorità . Non mi ha picchiata perché è più forte , mi ha picchiata perché pensa di averne il diritto

 

 

In questo diritto si nasconde il tema dell’ essere vittima, la violenza di genere è ampliamente celata e mantenuta nella cultura che impone la donna santificata come madre e, complice come compagna.

 

 

Le donne vittime di violenza credono di trovare la forza di reagire ai soprusi, resistendo. Sono convinte di ricavare il loro potere e la loro autostima tenendo duro, spesso non muovendosi dal ruolo di vittima, posizione questa che riusulta incomprensibile ad un occhio esterno, in realtà il bisogno di dipendenza e la forza di resistere è probabilmente l’unico modo che hanno per sentirsi  valevoli;  senza provare oppressione, non saprebbero come sentirsi di valore, perché la tristezza della loro storia le ha fatto credere che il valore sia stare in piedi nella sofferenza.

 

 

Nelle donne della storia albergano anche gli altri due ruoli di carnefice e salvatore ma sono soffusi, indistinguibili, li possiamo notare nella ragazza vittima delle violenze del fidanzato con la porche, che si rivolta contro l’aiuto della cacciatrice di mosche, “salvando la sua storia/posizione” e diventando contemporaneamente carnefice di se stessa.

 

 

Quanto spesso si sente questa negazione nelle donne vittime di rapporti violenti? come detto sopra, rinvigorendo il suo carnefice interiore si rinforza la parte vittima che crede e spera di poter trarre potere ed efficacia dalla resistenza al persecutore (senza rendersi conto che spesso questo persecutore è appunto prima di tutto dentro la donna stessa!).

 

 

L’altra donna che soggiorna in questo ruolo è la ragazzina protagonista e vittima reale di revenge porn(complimenti per il tema di estrema attualità!). La ragazza è anche visibilmente la salvatrice dell’uomo che puliva, liberandolo dal non-sense della sua vita: se tu fossi annegato da bambino lo sarei stata anche io!

 

 

In questa pre-adolescente il ruolo di carnefice è meno visibile ma pur presente, con lo stesso meccanismo delle donne vittime di violenza: agendo contro se stessa (con i due mancati/tentati suicidi) rinforza la vittima che è in lei, la quale punta nel recupero del rapporto con il padre attraverso una empatia che risulterà irrealistica.

 

 

Altra donna chiave del romanzo e altra vittima è la cacciatrice di mosche: Carrisi ce la delinea in ogni particolare nella sua depressione e rassegnazione,;anche in lei è visibilissima la salvatrice: il suo scopo di vita è salvare le altre donne, perché la vittima che è in lei ha subìto uno dei dolori più atroci che una madre possa patire.

 

 

La sua persecutrice interiore la si scorge nel fatto che viene descritta come incastrata nel presente, costretta a fare una cosa per cercare di lenire i suoi dolori, un po' come il sue ex marito, un alcolista che placa con l’alcool ciò che l’alcool danneggia esplicitando benissimo l’assioma dell’intero romando, il male è un cerchio!

 

 

Vivere nel presente ed in una casa piena di angoscia è il modo che ha per ricordare a se stessa il male che non ha impedito, in questo caso la persecutrice che è in lei la rende vittima e la sua forza è la punizione che crede di star subendo con giustizia morale.

 

 

Il protagonista maschile è quello che descrive magistralmente i 3 ruoli, in quanto Carrisi ce lo delinea con chiari tratti di un disturbo da identità multiple: due identità ben distinte, la vittima ed il persecutore, mentre il salvatore non ha fatto in tempo a delinearsi perché l’epilogo sarà repentino.

 

 

Vittima di abusi e violenze, rinasce dalla melma di una piscina, si è spesso interrogato sul senso della sua vita, invisibile agli occhi del mondo che conosce e che si dovrebbe prendere cura di lui, visibile solo come vittima di odio, anche lui comincia a trovare un senso nel resistere alla paura e al dolore, si comincia a percepire bravo nel fare questo: non sono morto, vuol dire che esisto e sono forte.

 

 

Il meccanismo che si insinua anche in lui è la necessità del dolore per poter di nuovo sentirsi valevole, se lo procura per avere la possibilità di essere forte, visto che non avrà paura, fino a che non scoprirà che dentro di sé vive anche un salvatore e, a quel punto il triangolo drammatico della sua personalità si completa.

 

 

 

Questo romanzo ha molto di psicologico, ci ricorda quanto tutti noi ci alterniamo in questi tre ruoli di vittima, carnefice e salvatore: la salute sta nella integrazione dei tre ma soprattutto nel saperli riconoscere dentro di noi, nel provare a guardarli da fuori .

 

 

Sia nella posizione di vittima, sia nella posizione di carnefice è ben comprensibile come sia insinuato un dolore ed un malessere, tuttavia, Carrisi ci aiuta a vedere bene quanto anche il ruolo del salvatore sia una trappola dorata: infatti ci obbliga a fare qualcosa, ce lo impone moralmente o ci permette di continuare ad essere vittime…. Ed anche quando  salva qualcuno, spesso soffoca noi! Ed impedisce di vivere  appieno le nostre scelte.

 

 

Bravo Carrisi, ottima descrizione della sofferenza umana.

 

 

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6-12-2020